Serbia e Kosovo a 23 anni dalle bombe Nato

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 Aerei in fase di decollo, bombe messe in attesa, l’Alleanza Atlantica che deve decidere ed un nemico assoluto da colpire: era persino la fine di marzo. Oggi, se non fosse che si trattava del lontano 24 marzo del 1999. L’altro millennio, identico a questo. Se c’e’ una cosa che tutti hanno detto, al primo profilarsi della crisi in Ucraina, e’ che bisognava evitare una tragedia come quella dell’ex Jugoslavia. Centinaia di migliaia di morti, Sarajevo trasformata in un mattatoio a cielo aperto somigliante alla Dresda di Vonnegut, ferite ancora da lenire, eppure e’ passato quasi un quarto di secolo. Invece eccolo qui, l’Occidente convinto all’epoca che fosse finita la Storia, a darsi da fare e a chiedersi che fare. E l’Italia, e l’Europa, divise. Ma anche il Vaticano a soffrire in silenzio. Cronaca di una giornata epocale: la Nato colpisce. Per la prima volta, nel Vecchio Continente e su un paese non ex Patto di Varsavia (la Belgrado di Tito era leader dei Non Allineati) ma comunque, per tutta Guerra Fredda, dall’altra parte della Cortina. I motivi dei bombardamenti sulla Serbia sono stranoti, e sono fatti risalire ad una giornata del 1389, quando i turchi fecero sovrano macello dei serbi in quella che oggi come allora si chiama Piana dei Merli, che poi in serbo si dice Kosovo Polje e gia’ questo nome fa pressagire tutto.

 Kosovo Polje Slobodan Milosevic aveva radunato, per il seicentesimo anniversario della carneficina, il meglio del nazionalismo serbo. Fu l’inizio della dissoluzione dell’ex Jugoslavia: scontro con la Slovenia secessionista, guerra con la Croazia che si separa, tre anni di assedio e stupri e crimini in Bosnia-Erzegovina, e a Sarajevo devono ancora ritrovare la serenita’. Quando la Serbia, che ormai viveva in simbiosi con il solo Montenegro, si sente proclamare l’indipendenza anche dalla provincia autonoma del Kosovo inizia un altro capitolo di violenze. Fallisce – in modo non del tutto chiaro – la mediazione a Rambouillet, si deve decidere l’intervento, anche perche’ in Kosovo e’ in corso l’ennesima pulizia etnica: 900.000 albanesi kosovari cacciati oltre il confine con Tirana. Emergenza umanitaria, tra le peggiori occorse in Europa. Solo quella ucraina di questi giorni e’ piu’ ampia. Ci si divise, in Italia? Forse, ma mica troppo. Complice il fatto che di Milosevic si parlava – e molto male – da almeno sette anni, l’opinione pubblica non si perito’ molto di protestare al sentire il rumore dei jet. Fece piu’ scalpore la notizia che quei jet, non potendo rientrare alla base con le bombe ancora in pancia, le scaricavano nel bel mezzo dell’Adriatico, dove i nostri pescherecci andavano con le sciabiche all’epoca non ancora vietate. Ma per il resto, poco o nulla.

 Ecco allora un panorama di quelle giornate, soggetto per soggetto. Si notino le differenze e le analogie con l’oggi. La Sinistra: si spacca. D’Alema e’ presidente del Consiglio, appoggia la linea atlantista e ribatte a Cossutta, (il quale da dentro la maggioranza spara sul suo stesso quartier generale) che si va avanti senza fare storie. Achille Occhetto, presidente della commissione esteri del Senato, si gira a guardare i pacifisti che sfilano, molto rumorosamente, e commenta: “Anime belle. E’ sbagliato escludere a priori l’uso della forza, esiste anche il principio dell’ingerenza umanitaria”. Bertinotti: “Fermiamoli, questo e’ un atto sconvolgente”. Nichi Vendola: “Stracciano la Costituzione”. Il Governo: il ministro della difesa, Carlo Scognamiglio, assicura che l’Italia partecipera’ solo a operazioni di carattere difensivo e non bombardera’. La Lega: simpatizza per Milosevic. Umberto Bossi rilascia interviste a raffica a La Padania e dice: “Il popolo serbo sa di combattere per la liberta’. Qui comandano i filoamericani”. Segue l’annuncio: “I parlamentari della Lega partiranno alla volta di Belgrado”. Gli fa eco Calderoli: “e’ un conflitto nato dal mondialismo” (il termine globalizzazione non era ancora di uso comune).

 Forza Italia: Antonio Martino, gia’ ministro degli esteri, si dice favorevole ai bombardamenti ma rinfaccia a tutti l’aver fatto affari senza troppe remore con la Serbia. Il Quirinale: Oscar Luigi Scalfaro non e’ certo il democristiano piu’ atlantista della Storia, ma ricorda che “i patti vanno rispettati” e noi nel Patto Atlantico ci stiamo, comodamente, da anni. Il Vaticano: Giovanni Paolo II si e’ accorto che il mondo non e’ quello che avrebbe sognato per il dopo-comunismo. Al decollo degli aerei il suo portavoce, il potentissimo Navarro Valls, si precipita nella Sala stampa vaticana e ripete la frase di Pio XII: “Con la pace tutto e’ salvato, con la guerra tutto e’ perduto”. I collaboratori del Pontefice confessano che “disarmare la mano dell’aggressore e’ lecito”, ma condannano la “vecchia logica delle superpotenze”. Intanto salta un incontro con una delegazione del patriarcato di Mosca: il dialogo ecumenico dovra’ aspettare ancora un po’. A completamento del quadro, si puo’ aggiungere che la guerra in Kosovo fece emergere per un attimo l’idea della rielezione di Scalfaro al Quirinale. Scalfaro era in scadenza di li’ a un paio di mesi. Fu la prima volta che si profilo’ una soluzione del genere. In futuro la formula avrebbe avuto grande successo. Quei bombardamenti, infine, segnarono il punto piu’ basso raggiunto dalla Russia all’interno del concerto delle nazioni dai tempi della Guerra di Crimea, ed era il 1856. Cinque mesi dopo l’umiliazione, il presidente russo Boris Yeltsin si sceglie un nuovo primo ministro: Vladimir Putin.

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