Prima leghisti adesso meloniani, come si spiega?

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di Sergio Bianchini – La crescita di Fratelli d’Italia, il partito della Meloni, è avvenuta grandiosamente anche al nord. E’ evidente che moltissimi elettori ex leghisti hanno spostato il loro voto sulla Meloni.

Questo dimostra ai miei occhi che la fiammata durata 30 anni e che aveva portato la lega Bossiana a livelli più alti di quelli attuali non era alimentata da profondi sentimenti secessionisti.

E’ vero che dentro la vecchia Lega la doppiezza fra secessionismo e autonomia non fu mai risolta e nemmeno affrontata esplicitamente. Fu una doppiezza quotidiana. Una doppiezza presente però in tutte le forze politiche italiane ed oggi perfino nella coscienza di quasi tutti gli italiani.

Forse alla base di questa “schizofrenia di massa” c’è Il malcontento generalizzato nei confronti del malfunzionamento dello stato, dell’economia e della giustizia. Ciò porta alla ricerca di uno sbocco politico e continua a non trovarlo. Anche perché gli intellettuali non partecipano al dibattito politico facendo bilanci seri e sinceri degli eventi passati ed esplicitando soluzioni concrete e possibili.

E così abbiamo visto i balzi elettorali di Renzi, poi di Salvini, poi di Grillo, adesso di Meloni. In un quadro però di scarsi entusiasmi con un crescente astensionismo e di quasi assenza di grandi progetti di lavoro realistico.

Certamente questi trent’anni hanno dato molta materia di riflessione e di chiarezza su cosa sia l’Italia.

Per quanto mi riguarda mi sono convinto che l’Italia sia formata da tre macroregioni, nord, centro e sud, con dinamiche economiche, sociali e psicologiche parzialmente diverse. Ho segnalato più volte che l’Italia centrale, sempre ignorata nelle analisi sociologiche che parlano solo di nord e sud, a partire dagli anni ‘70 si alleò al sud in funzione antinordica generando l’assetto statale oggi dominante con la completa meridionalizzazione dello stato, l’ingigantimento del debito pubblico, e il record europeo della pressione fiscale.

Il tracollo finale di quel centrosudismo è ormai davanti a tutti e in fondo riconosciuto anche se non nominato. Anche il patriottismo della Meloni in realtà chiude con l’assistenzialismo al sud e in fondo propone orientamenti politici non finalizzati a punire il nord ma anzi a sostenere lo sviluppo economico reale e quindi in primis le imprxese del nord.

Come sempre in Italia nascono (fortunatamente) impeti nuovi che si dimenticano (purtroppo) del passato.

Speriamo che si sviluppino pratiche di governo e legislative che sappiano rispondere alla nostra realtà. Superando la stagnazione economica e l’oppressione fiscale, dando comunque nel frattempo un respiro alla povertà crescente, ma soprattutto riorganizzando completamente lo stato.

Purtroppo di quest’ultimo punto non sento parlare se non in termini vaghissimi di sburocratizzazione. Il primo passo sarebbe la de meridionalizzazione dello stato, cioè passare dalla situazione attuale in cui tutti o quasi i posti statali sono occupati da meridionali. Meridionali assunti non per le loro capacità ma per la scelta apparentemente caritatevole ma in realtà tragica tragica di usare il posto statale come aiuto contro la disoccupazione al sud.

Uno stato che dai vertici alla base, dai ministeri alla scuola contenga in misure proporzionali o quasi un personale proveniente dalle tre Italie sarebbe il luogo principale di sintesi del comune sentire nazionale, con un grandissimo aumento della fiducia reciproca delle tre aree e dello spirito di collaborazione generale.

Sarebbe anche il luogo in cui la lettura di ciò che è bene e male, legale o illegale, meritorio e criminale avverrebbe facilmente al contrario di oggi dove i rancori regionali antichi mascherati da contrasti ideologici alimentano faziosità, malintesi, inefficienze, paralisi.

Anche la visione dell’autonomia o del centralismo non sarebbe più alimentata dalla delusione o disperazione nei confronti dello stato centrale o dalla paura delle separazioni. Si potrebbe forse intravedere una relazione funzionale tra la distinzione dei compiti a regia centrale e quelli ad iniziativa macroregionale. Il tutto ben coordinate con onestà e sincerità.

In Italia siamo inclini agli estremismi concettuali, come mondialismo o nazionalismo, europeismo o italianismo, liberismo o statalismo, centralismo o autonomia regionale. Bisogna trovare mediazioni concrete e dinamiche di governo tra opposti che in realtà sono insiti in tutte le vicende della vita sociale e individuale.

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