Noi, il popolo delle mascherine con le mutande dismesse

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di Roberto Errichelli – Questa è l’epidemia dei paradossi. Mi viene intimato di stare in casa, da mesi, da tizi che non sono mai in casa. Buon ultimo il Sala Beppe fu (si spera) Sindaco di Milano si è fatto fotografare trionfante sui Navigli vuoti. Era insieme ad uno vestito da Contrammiraglio della Marina cilena dei tempi di Pinochet, ma leggendo la didascalia della foto pare in realtà sia solo il capo dei ghisa di Milano.

Mi viene impedito di lavorare da tizi che invece, da due mesi, lavorano indefessamente. Il loro lavoro consiste principalmente nel non farmi lavorare. In seconda battuta, lavorano per dare lavoro ai loro amici (il mercato boario delle nomine statali probabilmente non si fermerà neanche durante l’Apocalisse). Paradosso dei paradossi: i più alacri lavoratori in questo settore sono i grillini, cioè quelli che meno lavorano quando non ci sono pandemie in atto.

Mi viene, poi, impedito di “assembrarmi” da gente che, fateci caso nelle foto che girano, è costantemente “assembrata”. Si assembrano per dire a me di non assembrami. O probabilmente ci sono “assembramenti” meno “assembrati” di altri. Come ne La fattoria degli animali, tutti gli animali si assembrano ma alcuni animali si assembrano meno degli altri? Non saprei.

Non devo ammalarmi perché altrimenti “metti in crisi il sistema sanitario”. D’accordo, ma se sto bene a cosa mi serve il sistema sanitario? Se poi, Dio non voglia, mi ammalo devo sperare di trovare “in trincea” degli “eroi”. A me, più modestamente, basterebbe trovare dei professionisti della cura, pagati il giusto e dotati di mezzi atti a preservare la mia e la loro salute. Soprattutto la mia, visto che non sono pagato per fare l’ammalato e anzi pago e salato il servizio sanitario. A prescindere dal fatto che nelle trincee di solito si muore e gli eroi sono sempre alla memoria.

Devo mettere la mascherina. Sempre. Anche se sono da solo, pare. Devo prendere ad esempio il Presidente Mattarella mentre andava all’altare della Patria. Giusto un altare si merita questa sciagura chiamata Italia. Era da solo, però aveva la mascherina. Non si sa mai. Serve? Non si sa.

La mascherina è un feticcio apotropaico (fuori dai paroloni: è come toccarsi scaramanticamente gli zebedei, come diceva Croce non è vero ma ci credo e mi premunisco). Non si sa se serve ma si sa come deve essere fatta e quanto deve costare. Deve essere triplo strato e costare 50 centesimi perché così ha deciso un tizio che non ha mai lavorato davvero un giorno in vita sua (uno dei tanti). Però le mascherine non ci sono (e ci credo, a quel prezzo piuttosto un rivenditore se le mangia e un produttore italiano va a piantare pomodori). Il mio Sindaco però me ne ha regalate due. In famiglia siamo in quattro. Due di noi forse non usciranno mai più di casa. Sono usa e getta. Cioè due di noi potranno uscire un giorno. O due giorni, se mi impossesso anche dell’altra diventando così il monopolista delle mascherine di casa mia. A quel punto saranno in tre della mia famiglia a non potere mai più uscire di casa. Dal terzo giorno, però, nemmeno io potrò più uscire.

Per fortuna l’Iss (che, purtroppo, non è una organizzazione estremista islamica ma l’Istituto Superiore di Sanità, ma ci sarà dunque anche un Istituto Inferiore di Sanità? E riescono a fare peggio di quello Superiore?) ha detto che posso fabbricarmela in casa, la mascherina. Come una famiglia delle campagne pakistane, o inglese ma nel 1720, stasera chiusi in casa ci ritaglieremo dei pezzi di stoffa da mutande dismesse e da calzini spaiati e ci cuciremo delle mascherine. Devono essere triplo stato, altrimenti qualche Contrammiraglio con competenze nella lavorazione del tessile potrebbe multarmi.

A illuminare l’alacre lavoro sarà la luce del televisore, dal quale un Sala Beppe o chi per lui mi dirà quanto è incazzato e amareggiato perché non stiamo abbastanza in casa. Me lo dirà dai Navigli, lui senza mascherina, assembrato con altri lavoratori indefessi a stipendio sicuro, tutti senza mascherina e quasi tutti in divisa, perché, non so il motivo, in Italia si ha sempre l’impressione di essere sul set di un film su di un golpe sudamericano. E con il Sala Beppe, Milano non è più Lombardia ma il nome di un cocktail italiano docg. Tre once di Circo Barnum, un’oncia di Arcipelago Gulag, una goccia di paternalismo d’accatto, una spruzzata di 41 bis guarnito con una foglia del sempiterno fascismo italico. Servire freddo con cannuccia, per poterlo sorbire sotto la mascherina in lino ricavata dalle mutande del nonno.

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