Il Nord non fa più “paura” a Roma

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di Stefania Piazzo – Avvisi – economici – ai naviganti. L’ultimo in ordine di tempo arrivava da Confindustria Lombardia. “Guardate che la disoccupazione qui sta diventando il problema numero uno”, ammoniva il presidente Bonometti l’altro giorno. Anche arrivassero degli sgravi, a chi li applichiamo se non si riparte? Nei giorni precedenti campane quasi a morto dal centrosinistra: prendiamoci a cuore la questione settentrionale. In ordine Sala, Gori, Bonaccini, Cacciari, Martina. E’ vero che lo spazio lasciato dalla Lega c’è, ma è la reputazione che conta. E il centrosinistra per ora non ha dato prova di strategia. L’unico, forse, che poteva agire, tra il 1995 e il 1996 era Massimo D’Alema. Occasione persa per fare il federalismo con l’amico di pan carrè e sardine, Umberto Bossi. Un treno perso.

Oggi, questa è la domanda, il Nord politico, sociale, è ancora “temuto”?

Che peso ha nella percezione del sistema, il Nord dopo che la Lega ha mollato gli ormeggi, sposando un altro percorso? In altre parole, è temibile una società, un popolo, che non si incazza più e si adegua al prima gli italiani?

Non passa il messaggio, soprattutto ai grandi poteri, che il popolo del nord è un popolo che sta col miglior offerente? Che credibilità ha un territorio che cede i suoi ideali, la sua terra, e la sua libertà, per un posto in più a Roma per il ministero del turismo o dell’agricoltura?

Roma non ha paura del Nord, il Nord si può “comprare”.

Un territorio che abdica al proprio credo, che era l’autonomia, che era uno stato federale, non è pericoloso, è sul mercato. Ci sarà sempre un’offerta che sarà soddisfacente per comprarlo.

Guardate la Catalogna: lì i catalani non si possono comprare, i catalani non si vendono per un posto in più nel governo a Madrid.

Per questo la Spagna è spaventata dalla Catalogna. E usa la repressione, processa, apre il carcere…

Lì c’è un popolo che dice: la mia libertà non ha prezzo.

Nascerà forse un partito che difende il Nord? Sì, ma il paradosso è che non ci sia più un popolo del Nord da difendere.

Anche davanti ai peggiori dispetti, il Nord non reagisce. Zaia dice che rimettere il simbolo della Liga Veneta non è una questione di opportunità politica. E’ per rispettare le nostre tradizioni, afferma. Come se la Liga Veneta fosse nata per rispettare le tradizioni della polenta con baccalà. Non era forse nata per dire “cambiamo questo Stato?” o per difendere le sarde in saor?

E’ passato il treno? O ne arriverà un altro? Se si interpella la gente per Milano, sul problema più grave che abbiamo, non ci sarà uno che parla dell’autonomia. A meno che dal cilindro esca un leader che risvegli dallo stato dormiente una macroregione individualista che pensa solo a lavorare.

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