Italia, la danza immobile di un Paese al bivio. La paura come strumento di consenso

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di Giovanni Cominelli – Il Rapporto IPSOS FLAIR ITALY 2021 – “Flair” traducibile qui con “fiuto” – intitolato “ITALIA 2021, LA DANZA IMMOBILE DI UN PAESE AL BIVIO”, consta di 214 pagine di analisi in profondo dell’Italia dell’anno del Covid. Questo minuscolo essente, più vicino al nulla che all’essere, sta strutturando/destrutturando, formando/deformando l’antropologia del Paese. FLAIR espone alla lente d’ingrandimento: l’Italia nel contesto globale, il vortice dei mutamenti che travolge le persone e la società, le contorsioni della politica e le istituzioni, i consumi,  la metamorfosi dei brand, l’evoluzione nella relazione con i nuovi e vecchi media, le sfide sulla strada del futuro. Chiude con un’intervista al Presidente di IPSOS ITALIA Nando Pagnoncelli.
Qui siamo costretti a limitarci solo a qualche preziosa briciola dell’indagine.
Lo stato d’animo del Paese era già stato fotografato in una ricerca IPSOS del settembre 2020: gli Italiani oscillavano tra rabbia (23%) e paura (18%), tra attesa (37%) e ansia (40%), tra incertezza (61%) e tristezza (26%). Passioni tristi, direbbe Spinoza. 


Il motore nascosto di tutte è la paura. 
 “La paura è il sentimento dominante tra commercianti, artigiani, lavoratori autonomi e disoccupati (39% contro una media del 28%). È la principale pulsione tra le donne (36%) e domina i sentimenti tra le persone che si collocano nei ceti popolari (48%). La rabbia  è l’emozione che alberga maggiormente tra gli uomini (15%) rispetto alle donne (11%), colpisce le persone anziane over 65 anni (17%) e gli studenti (19%). Da un punto di vista territoriale, questo sentimento è maggiormente presente nel Centro Sud (16%) e nei centri urbani medio-grandi tra 30mila e 100mila abitanti (16%). Dal punto di vista politico, la rabbia imperversa tra le fila delle persone che si collocano nel centro-destra (24%) e nella destra (25%), con punte alte al 25% tra gli elettori di Fratelli d’Italia e del 20% tra quelli della Lega. Infine dal punto di vista sociale, la rabbia aleggia maggiormente tra le fila dei ceti popolari (16%) rispetto al ceto medio (12%)”. 


L’Italia é il primo paese, a livello globale, per livello di preoccupazione sul fronte del lavoro (62%). Nel nostro continente vicino ai dati italiani troviamo solo la Spagna (59%); al 39% della Francia, la Germania al 19%. 
Gli effetti sociali e collettivi sono già sotto i nostri occhi: la rabbia sociale e il senso di impotenza rispetto al futuro di chi è escluso dalla ripresa economica, in particolare di parti del ceto medio commerciale artigiano e professionale; esplosioni sporadiche di violenza giovanile, l’emergere di istinti predatori in alcune aree urbane marginali… 
L’Indice di coesione sociale – The Ipsos Social Cohesion Index, ISCI – segnala che il numero dei cittadini che in 27 Nazioni avvertono la debolezza e la fragilità del livello di coesione presente nel proprio Paese é quasi il doppio di quanti descrivono uno stato di positiva solidità. L’indicatore globale ha un segno negativo (-20); solo 6 Paesi sono collocati nella scala con un segno più davanti. L’Italia si piazza nelle parti basse della classifica, con un secco -40. Peggio del nostro Paese, in Europa, troviamo la Spagna (-41%), il Belgio (-46%), la Francia (-49%) e la Polonia (-51%). In fondo alla classifica si collocano anche due tigri asiatiche, come Corea del Sud e Giappone (-52%). La Germania (-25%) e la Gran Bretagna (-26%) mostrano una situazione migliore, ma sempre al di sotto della media globale. 


Insomma: il piatto della bilancia delle emozioni é nettamente spostato sull’asse negativo, con il 64% dell’opinione pubblica che avverte paura o rabbia o delusione o tristezza.
Queste percezioni riflettono l’allargarsi di preesistenti fratture: tra ceti popolari e classi abbienti; tra Nord e Sud; tra campagna e metropoli; tra lavoratori garantiti e precari; tra uomini e donne; tra generazioni giovani e anziane. Così, se il 51% degli italiani si sente incluso, il 46% si autocolloca sul fronte degli esclusi. Gli auto-inclusi salgono al 65% nel ceto medio, mentre gli auto-esclusi salgono al 66% nei ceti popolari. Non sono sopite né le pulsioni anti immigrati (il 54% è d’accordo con la politica di chiusura completa degli ingressi ai migranti nel nostro Paese) né quelle securitarie (il 41% è favorevole a difendersi da sé). 

Quale domanda politica sale da un Paese in queste condizioni?
Secondo IPSOS, il pendolo Italia oscilla tra due estremi. 
Da un lato, il semplicismo: credere che esistano soluzioni semplici e immediate dei problemi, la cui esistenza è frutto di congiure di qualcuno nascosto dietro le quinte o di cattiva volontà dei politici. C’è sempre un complotto nazionale o, secondo Goffredo Bettini, anche internazionale. Di qui la domanda di “una leadership muscolare e orientata alla pulsione del “far saltare il banco”, che il Covid ha parzialmente corretto con quella di una leadership tranquillizzante, protettiva e proiettiva. Forse nasce di qui il Governo Draghi.
Dall’altro lato, la “folks politics”, cioè l’attenzione a ciò che é etico contro ciò che è politico; la spinta a pratiche politiche a breve termine e a forte caratura locale; la predilezione verso tutto ciò che è spontaneo e volontaristico; l’esaltazione dell’azione diretta individuale contrapposta alla rappresentanza, la richiesta di trasparenza… 
La conseguenza è che l’asse destra-sinistra viene sostituito dall’asse orizzontale “immunitas/comunanza”. “Immunitas”: cioè protezione e chiusura. “Comunanza”: cioè aperturismo e cosmopolitismo.

L’”Immunitas” – ma forse si tratta della reincarnazione dell’antica “Gemeinschaft” di Ferdinand Tönnies – ha come sbocco politico potenziale delle istanze neo-peroniste, alla ricerca di una tregua e di una protezione, “affaticata da oltre un decennio di ripiegamento e fiaccata dal Covid”. La “Comunanza” – ma forse si tratta di una torsione comunitaria dell’antica “Gesellschat” di Ferdinand Tönnies –   si tiene aperta la strada aperta dello sviluppo di nuove forme di coesione, di reti comunitarie, di legami solidaristici.


Questo nuovo asse viene tagliato a perpendicolo da un’altra linea, che all’estremo inferiore colloca la quota di Italiani che si avvertono nella parte bassa della società, che sono anti-casta e anti-sistema – We the People! – mentre all’estremo superiore colloca “il ceto medio aspirazionale” – le élites –  “che si amalgama lungo tre dimensioni propositive: l’innovazione riformatrice, il governo dei competenti, l’europeismo convinto”. 
Da questo diagramma escono i bisogni, che Nando Pagnoncelli, mette in graduatoria di preferenze, nell’intervista che chiude FLAIR 202: stabilità il 44%, sicurezza il 38%, giustizia sociale il 32%, serenità il 31%, eguaglianza il 26%.

Non facile, in queste condizioni di emozioni/passioni elementari costruire la risposta politica da parte dei partiti, considerando che sono l’istituzione a più basso tasso di fiducia: solo del 14% dei cittadini, mentre non ne ha per nulla il 76% ed è incerto il 10%. Non facile praticare ciò che Pagnoncelli chiama “lo spirito costituente” come unica prospettiva per un Paese al bivio.
Flair 2021 offre tuttavia alla politica qualche preziosa indicazione.
Poiché la politica affonda le sue radici nella società profonda, nelle emozioni elementari degli individui, essa si deve porre in ascolto. La paura non è una scelta, accade come reazione inevitabile della natura umana. Non è né buona né cattiva. E’ un motore elementare. E’ energia rappresa. La destra ex(?)-sovranista ha deciso di costruirci sopra un futuro per il Paese. Perciò è entrata in sintonia con questa emozione profonda, la rappresenta, la eccita, la retro-rinforza. La paura come strategia. A chi ritiene che questa strategia porti al declino, non basterà certo opporre la condanna morale. Dovrà dare risposte alle domande di stabilità, sicurezza, giustizia sociale ecc… Non basterà l’assistenzialismo. Lo praticano già Salvini, Meloni e il M5S. Servirà una politica di sviluppo dell’intelligenza produttiva. E un’idea costituente.

Per gentile concessione dell’autore, da santalessandro.org

Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli laureato in filosofia con Enzo Paci. Consigliere comunale a Milano nel 1980 per il Pdup, consigliere regionale dal 1981 al 1990 per il Pci. Dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Cdo dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Collabora a Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative sul Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009)

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