IL PRIMO RE D’ITALIA ERA FIGLIO DI UN MACELLAIO TOSCANO?

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di Roberto Gremmo – Dopo la fallita ‘intentona’ del 1820, Carlo Alberto era stato prudenzialmente spedito con tutta la famiglia in dorato esilio col titolo di “duca di Barge” dagli suoceri a Firenze, capitale del Granducato di Toscana per meditare e darsi una calmata.

Ma nella villa del Poggio Imperiale dov’era alloggiato gli doveva cadere una grossa tegola sulla testa perché il figlio Vittorio Emanuele ancora in fasce rischiò addirittura di morire bruciato nella culla.

Ne scrisse subito la “Gazzetta Piemontese” del 24 settembre 1822 dando notizia di “un disgraziato accidente occorso verso la metà del corrente in Firenze pose a repentaglio la vita di S[ua] A[ltezza] S[erenissima] il Principe Vittorio Emanuele di Carignano. Essendosi la nutrice del Principino accostata col lume in mano al suo letto, vi appiccò inavvertitamente il fuoco, ed a malgrado dei soccorsi apprestati immediatamente, il giovine Principe ne riportò due scottature assai gravi, una alla mano destra, l’altra al fianco sinistro” anche se nell’eroico tentativo di strappare l’infante alle fiamme, orrendamente ustionata, la sua balia Teresa Zanotti perse la vita. Alla “Generosa devozione della nutrice” venne addirittura dedicata una lapide, posta nella stanza dell’incendio.

Il popolino fiorentino che non amava certo quel principe triste, bigotto e spilungone cominciò a vociferare che il bambino era morto davvero e che suo padre, con la complicità dei cortigiani, lo aveva subito rimpiazzato con un altro, costretto com’era a disporre subito di un erede, come pretendevano le ferree regole dinastiche per giungere al trono dei Savoia.

Tutto sarebbe rimasto relegato nel mondo delle malignità e delle affabulazioni un po’ ribellistiche ed irriguardose del volgo se la faccenda del figlio cambiato non fosse poi stata ripresa e messa nero su bianco nel 1878 dal famoso mecenate culturale Gaspero Bàrbera nelle sue “Memorie di un editore” scrivendo che il celebre uomo politico canavesano Massimo D’Azeglio “diceva, con molta franchezza che Vittorio Emanuele non era il vero figlio di Carlo Alberto; ma di un macellaio di fuori di Porta Romana a Firenze. Sosteneva che il vero figlio di Carlo Alberto fosse rimasto abbruciato nell’incendio avvenuto nella camera da letto del principino al Poggio Imperiale che è una villa presso la Porta Romana suddetta; quindi, a nascondere il fatto doloroso del bambino abbruciato, essersi portato colassù il bambino di un macellajo; così sarebbesi abbujato quel caso avvenuto nella famiglia reale”.

Una bomba.

Disinnescata in fretta perché la Dinastia felicemente regnante aveva tutti i mezzi per impedire la diffusione di tale inaudita e malsana diceria.

Ma la storia del bimbo morto bruciato e prontamente sostituito tornò a galla nel 1928 quando lo scrittore e saggista Nino Bazzetta de Vemenia pubblicò nel 1928 un’irriverente storia sui “Savoia e le donne” rievocando l’episodio dell’incendio, aggiungendo incautamente che nella Firenze del 1822 si diffuse subito la diceria che “al neonato dei Carignano, vittima delle fiamme, fosse sostituito il bimbo di un macellaio, certo Maciaccia, e che della sostituzione fosse consapevole Maria Teresa; altri negarono quest’ultima circostanza. La voce parve avvalorarsi dalle infinite differenze fisiche, fisionomiche e spirituali fra Carlo Alberto e Vittorio Emanuele. Tali differenze non possono fare a meno che impressionare”.

L’avvocato Nino Bazzetta de Vemenia, alto funzionario dello Stato, forse anche con quei libri un po’ troppo spregiudicati si giocò la carriera perché dopo la pubblicazione delle biografie reali venne esonerato dal servizio, malgrado avesse alle spalle più di due decenni di stimata carriera.  

Caduta la Monarchia, si tornò a parlare di quella brutta storia e persino l’autorevole storico inglese Denis Mack Smith nel suo studio su Vittorio Emanuele II parve dare un certo credito alle parole del D’Azeglio ed alle annotazioni dell’avvocato novarese, notando che l’aspetto di Vittorio Emanuele II aveva “ben poco dei Savoia” e che suo padre “lo trattò con poco affetto e mostrando una palese predilezione per il duca di Genova, suo secondogenito”.

Alla fine degli anni ‘80 il botto.

L’ormai dimenticata diceria tornò a galla grazie all’autore di testi teatrali Ottone Pagliai che, improvvisatosi ricercatore e segugio, scrisse un libro oggi introvabile che fece un certo rumore: “Un fiorentino sul trono dei Savoia” dove sostenne che effettivamente il regal rampollo perito nelle fiamme venne sostituito da un cinico Carlo Alberto con il figlio di un popolano, per non perdere i diritti di successione al trono.

Il libro che riproduceva decine e decine di documenti d’archivio, smosse le acque anche se, a nostro modesto avviso, era comunque da prendere con le molle, perché l’Autore partiva con una tesi propria già definita e via via cercava (e, naturalmente, selezionando i documenti, trovava) le relative pezze d’appoggio.

Particolare che dette ancor più pepe ad una già saporita storiaccia giallo-rosa, secondo Pagliai il macellaio “Maciaccia”, padre del bimbo diventato di colpo sabaudo, sarebbe stato imparentato non troppo alla lontana col famoso brigante maremmano Tiburzi.

Di peggio non si poteva scrivere.

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