Fratelli Cervi, la verità sulla loro morte e il silenzio della sinistra togliattiana

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di Roberto Gremmo – Si e’ riaperto martedì a Gattatico di Reggio Emilia il Museo di Casa Cervi che rende omaggio ai celebri fratelli partigiani uccisi settantotto anni dai fascisti.   Una nota stampa precisa che “il nuovo museo si presenta al pubblico con un percorso ripensato, improntato su multimedialità e tecnologia, ma ancorato alla tradizione”.
 

Da sempre il sacrificio di questi contadini autodidatti, refrattari al totalitarismo, che avevano dato la vita per il proprio ideale di liberazione e’ stato un simbolo di grande importanza ed e’ stato celebrato solennemente negli anni. Tuttavia, malgrado le clamorose rievocazioni ufficiali, poco o niente si e’ indagato sulle tragiche ed oscure circostanze della loro fine. Perché’ i Cervi quando vennero catturati dalle camicie nere nella loro cascina furono vittime di un tradimento, una delazione d’una spia rimasta ignota ma che ebbe buon gioco perché, accusati di comportarsi da “anarchici” quelli che dovevano diventare dei martiri, erano stati isolati dai compagni del Partito Comunista che avevano l’egemonia nella Resistenza Reggiana.

Il primo a rivelare questa scomoda verità e’ stato nell’ormai lontano 1990 un coraggioso giornalista socialista e mio grande amico, l’emiliano Liano Fanti in un libro (fatto passare sotto un omertoso silenzio dall’egemonismo culturale) dal titolo “Una storia di campagna. Vita e morte dei fratelli Cervi”. 

Il libro subì ogni sorta di boicottaggio finché la piccola casa editrice Camunia che lo pubblicava fu costretta a chiudere per fallimento. Nel 2000 proposi a Fanti una riedizione con una nota di aggiornamento, ma desistemmo ben presto dal progetto quando constatammo che un libro scabroso e scomodo come questo si sarebbe trovato a sbattere contro un muro nella conformista e pavida realtà emiliana, allora monopolizzata dai post-stalinisti, non ancora del tutto riciclati come “democratici”.

Col tempo, molti nuovi studi e ricerche (fondamentali quelle archivistiche di Luca Tadolini) hanno dimostrato ampiamente che sulla tragica fine dei Cervi si allunga l’ombra della furibonda lotta senza quartiere condotta dagli uomini di Togliatti per eliminare gli antifascisti troppo indipendenti ed incontrollabili. 

Fra l’altro, alla tragedia dei Cervi si affianca quella di un compagno di lotta partigiana, il giovane calabrese Dante Castellucci detto “Facio” che, arrestato con loro dai fascisti, riuscì ad evadere dal carcere ma passò dalla padella alla brace, finendo in una formazione partigiana di stretta osservanza comunista dove venne fucilato dai “compagni” con l’accusa di furto dimostratasi poi falsa.

Quando scrivevo per “Tribuna Novarese” l’ articolo sulle pagine oscure della Resistenza, intervistai più volte la donna che aveva amato “Facio”, la partigiana Laura Seghettini, oggi scomparsa, e la coraggiosa resistenteaffermò che i Cervi ed i loro uomini prima della cattura avevano effettuato numerosi “espropri proletari” nascondendo grandi somme di danaro in un luogo noto solo al più anziano di loro, Aldo ed a Castellucci. Chi consegno’ i sette giovani alla marmaglia in camicia nera cercava di mettere le mani sul loro tesoro e “Facio” venne ucciso perché lo sapeva e oltre tutto non voleva rivelare ai “compagni” dive si trovasse occultato il tesoretto. 

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