Comuni siciliani in dissesto perché non riescono a riscuotere le tasse? Per 193 enti ci mette la pezza il Governo

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L’impossibilità di mettere in pareggio i bilanci e quindi lo spettro del dissesto che aleggia su un numero alto di comuni ha indotto il governo ad adottare, proprio in questi giorni, due provvedimenti di emergenza da 300 milioni di euro per tamponare la situazione e disinnescare la bomba a orologeria che rischiava di mandare in default 4 delle principali città italiane e un comune siciliano su due. E’ quanto emerge da un dossier di Centro studi enti locali per l’Adnkronos, basato sull’elaborazione di dati del ministero dell’Interno e del Mef. L’incapacità di varare il bilancio di previsione da parte di così tanti enti in un’unica regione è la spia della cronica crisi che attanaglia la terra della Trinacria ormai da decenni. Le risorse straordinarie stanziate dall’esecutivo approderanno nelle casse di 193 comuni siciliani. Se questi fossero andati a ingrossare le fila degli enti che sono già in default (100 su 391, secondo Anci Sicilia), la percentuale di enti in dissesto nell’isola avrebbe superato il 75%.

L’opinione diffusa è che le criticità legate all’impossibilità di redigere dei bilanci di previsione si verifichi negli enti che spendono troppo e male. In realtà, questo tipo di gestione malsana dei conti è stata quasi estirpata dai vincoli via via sempre più stringenti imposti dal legislatore. E’ quanto emerge da un dossier di Centro studi enti locali per l’Adnkronos, basato sull’elaborazione di dati del ministero dell’Interno e del Mef. La spada di Damocle che pende sui conti siciliani (e non solo), è sempre più spesso rappresentata non dal sovraindebitamento, bensì, paradossalmente, dal sovraccreditamento. Vale a dire che la vera falla del sistema, anche secondo Centro studi enti locali, è la bassissima capacità di riscossione di molte amministrazioni, i cui numerosi e ingenti crediti incagliati/di difficile esazione vanno a gonfiare a dismisura il fondo crediti di dubbi esigibilità e, sempre più spesso, rendono impossibile il raggiungimento del pareggio finale tra gli stanziamenti di entrata e di spesa del bilancio di previsione. Infatti, come noto, gli enti devono iscrivere tra gli stanziamenti di spesa del bilancio di previsione un apposito accantonamento (Fondo crediti di dubbia esigibilità-Fcde) determinato in ragione della capacità media di riscossione delle proprie entrate registrata nell’ultimo quinquennio, rapportata agli stanziamenti di entrata. Tale accantonamento è destinato, dunque, a crescere progressivamente man mano che le performance di riscossione dell’ente peggiorano.

Stessa cosa accade anche in occasione del rendiconto della gestione ove una volta determinato il risultato di amministrazione dell’esercizio viene costituito un accantonamento a Fcde determinato in ragione della capacità media di riscossione delle proprie entrate registrata nell’ultimo quinquennio, rapportata ai residui attivi conservati (cioè i crediti mantenuti a bilancio). Laddove il risultato di amministrazione, come sempre più spesso accade, non risulti capiente, l’ente determinerà un maggiore disavanzo di amministrazione che dovrà essere ripianato iscrivendo un’apposita spesa (disavanzo di amministrazione) nel bilancio di previsione in corso di gestione. Infatti, come noto, gli enti devono iscrivere tra gli stanziamenti di spesa del bilancio di previsione un apposito accantonamento (Fondo crediti di dubbia esigibilità-Fcde) determinato in ragione della capacità media di riscossione delle proprie entrate registrata nell’ultimo quinquennio, rapportata agli stanziamenti di entrata. Anche in questo caso l’accantonamento costituito a consuntivo è destinato a crescere progressivamente man mano che le performance di riscossione dell’ente peggiorano. Entrambi gli accantonamenti a Fcde (sia a bilancio di previsione che a consuntivo) comportano un appesantimento della spesa che grava negativamente sugli equilibri di bilancio di previsione, determinando dunque sempre più spesso l’impossibilità di definire un bilancio di previsione in pareggio, vale a dire in gergo tecnico: determinano uno squilibrio strutturale di bilancio. A decorrere dall’entrata in vigore dell’armonizzazione dei sistemi contabili degli enti locali e fino al 2019 gli enti hanno potuto beneficiare di piccole agevolazioni che hanno consentito di assimilare gradualmente l’impatto derivante dall’applicazione dei nuovi obblighi contabili, di fatto concedendo agli enti il tempo necessario per un cambio di passo nella riscossione delle entrate proprie. Come programmato dal legislatore, dal 2019 tali agevolazioni sono state eliminate e gli enti che, spesso colposamente, non hanno registrato miglioramenti nel trend di riscossione delle entrate proprie, si sono trovati davanti alla necessità di fare fronte, tra gli altri, alle esigenze finanziarie e di bilancio in parola.

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