Altroconsumo: etichette carne, troppe zone grigie

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Sull’etichettatura d’origine delle carne esistono tante zone grigie, che i produttori hanno imparato a sfruttare con astuzia. Basta l’aggiunta di sale o una marinatura per sottrarsi all’obbligo di dichiarare la provenienza della carne”. A dirlo è Altroconsumo. “Sull’etichetta dobbiamo trovare riportata l’origine della carne? Purtroppo, la risposta a questa domanda non è un sì pieno, come tutti vorrebbero, ma un «dipende». E questo perché prima di stabilirlo bisogna rispondere ad altre domande, la prima delle quali è: di quale animale stiamo parlando? E poi: sotto quale forma la carne è venduta? A seconda che si tratti di carne fresca, di preparazione di carne (hamburger, salsiccia) o di carne processata (salame, mortadella, prosciutto) le regole cambiano”. Differenziazioni , aggiunge l’organizzazione di consumatori, “di cui non si capiscono davvero le ragioni e che si possono spiegare solo con il fatto che le leggi che disciplinano la materia sono nate in momenti diversi e sono figlie dei vari scandali succedutisi nel tempo, dalla mucca pazza all’influenza aviaria. Inoltre, bisogna incrociare regolamenti europee con norme italiane. Tutto questo fa sì che il dovere di dichiarare in etichetta l’origine della carne sia un obbligo dalle molteplici sfumature. Per semplificare, al momento esistono nell’ordine: carni per cui non è prevista alcuna etichettatura di origine, ad esempio la carne equina e la carne di coniglio; carni per cui è prevista l’indicazione della provenienza solo nella versione carne fresca: sono le carni bovine, quelle di pollo e quelle di capra, di pecora e di agnello; carni per cui l’origine deve essere sempre indicata in etichetta, in qualunque forma si presentino: è il caso – per ora unico – delle carni suine”. “Un ginepraio”, lo definisce Altroconsumo che ha realizzato, in collaborazione con la trasmissione di Rai3 Presa Diretta, un’inchiesta sulla carne bovina, visitando a Milano i punti vendita di otto insegne della grande distribuzione: Esselunga, Coop, Carrefour, Conad, Natura Sì, Aldi, Eurospin e Lidl. “Siamo partiti dagli hamburger. Su 31 confezioni individuate, quattro contengono hamburger fatti al 100% da carne bovina, ovvero carne macinata cui è stata data la forma dell’hamburger, senza alcun ingrediente aggiuntivo. Questi hamburger sono di fatto ”carne fresca”, e pertanto sono vincolati per legge a riportare l’etichetta d’origine. Che infatti è presente su tutte e quattro le confezioni”, dice Altroconsumo. 

 Non solo. “In otto punti vendita di altrettante catene della grande distribuzione, abbiamo esaminato le etichette di 76 prodotti in cui la carne è la principale materia prima. In questa galleria di immagini vi presentiamo alcuni esempi. Le norme sono rispettate, ma c’è chi offre ai consumatori una trasparenza maggiore di quella richiesta dalla legge”. Basta poco però per sottrarsi a quest’obbligo. “Anche un po’ di sale -dice Altroconsumo- può far sì che il peso della carne scenda sotto il 99%, e così, per incanto, addio necessità di indicare l’origine. Infatti, quando l’hamburger contiene altri ingredienti (sale, additivi, aromi, fecola di patate) che riducono il contenuto di carne – in un prodotto scende addirittura al 73% (leggete sempre gli ingredienti) -, si rientra nella categoria ”preparazione di carne”. È il caso delle altre 27 confezioni di hamburger da noi esaminate. Non abbiamo riscontrato violazioni di legge, però le differenze dimostrano quanto possa essere difficile per il consumatore orientarsi”. “Su 18 vaschette non abbiamo trovato alcuna informazione relativa all’origine della carne bovina utilizzata. Ci si limita a rispettare la legge senza fare alcuno sforzo di trasparenza. Su 6 vaschette, questo sforzo è soltanto apparente. Troviamo l’origine indicata in modo generico: «100% carne italiana» o «100% carne da allevamenti italiani» o formule simili. Che cosa ciò voglia dire non è dato sapere. Dove sono nati gli animali? Hanno trascorso in un allevamento italiano tutta la loro vita o soltanto l’ultimo periodo?”, chiede l’organizzazione di consumatori.

“Su 3 vaschette la trasparenza assume il carattere dell’impegno vero. Si tratta degli hamburger classici Esselunga, degli hamburger con Chianina di Terre d’Italia e dei Burger Chianina de Il Podere (Aldi). Le informazioni sono lodevolmente riportate nella forma più completa, quella prevista obbligatoriamente solo per la carne bovina fresca. Figurano infatti i paesi in cui l’animale è nato, allevato, macellato e sezionato. Oltre che sugli hamburger, abbiamo voluto vederci chiaro sui tagli di carne ”conditi”, tipo tartare e carpacci. Basta infatti una marinatura o un po’ di sale a far passare il prodotto da carne fresca a preparazione di carne (quantità di carne inferiore al 99%), e quindi non soggetta all’obbligo di indicare l’origine. Qui le cose vanno meglio: su 22 prodotti troviamo l’etichetta d’origine dettagliata nel 50% dei casi”, dice Altroconsumo. “Questa inchiesta segue quella sulle etichette alimentari fuorvianti, in cui abbiamo smascherato piccole e grandi scorrettezze messe in atto con slogan e immagini sulle confezioni. Alle aziende proponiamo un patto di fiducia reci­proca, perché se nell’immediatezza dell’acquisto possono anche funzionare certe forzature, alla lunga sono la qualità del prodotto e la fiducia nel produttore che vengono ri­cordati e premiati dai consumatori. Lo facciamo attraverso “L’etichetta che vorrei”, un manifesto in sette punti, che altro non sono che sette auree rego­lette. Nel complesso il manifesto disegna l’etichetta ideale secondo Altroconsumo, un’etichetta nella quale non hanno diritto di cittadinanza le manipolazioni linguisti­che, i trucchetti, le bugie e le mezze verità”, conclude Altroconsumo. 

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